Il pennello si muove come una carezza sul volto o sul corpo delle persone amate. Mimmo Centonze dipinge i suoi affetti. La sua pittura di figura prende corpo, letteralmente, davanti ai corpi delle persone care.      

Pochi pittori del nostro tempo hanno, più di Mimmo Centonze, il senso della vastità dello spazio. Le sue grandi tele ci disorientano e ci attraggono come la luce sul fondo di una caverna. Dobbiamo avanzare. Dobbiamo arrivare all’origine della luce.  

È come se il colore andasse per conto proprio, come se sfuggisse al soggetto che fa e che dice. Quella macchia arancione non può essere compresa in riferimento allo spazio euclideo. Quella macchia rossa produce potenzialità; è qualcosa che eccede lo spazio della rappresentazione.

È la conquista della luce. Ma richiede di attraversare il buio, la notte oscura. Per arrivare alla luce, attraversa le macerie, cumuli di rifiuti , combustioni. In questa consapevolezza le visioni, di realtà degradate, di magazzini desolati, delimitano i confini di un inferno quotidiano, oltre il quale c’è la luce…