Se sei nato in casa Freud

Marco Vallora, 2012

 

Per me, da tanto che non lo vedo, ‘mimmocentonzemimmo’-   -lo ‘scherzo’ così, affettuosamente, lui se la prende per un po’, ma poi ci ride su, sonoramente, e la tempesta del telefono si scatena inarrestabile, sbandando- ‘mimmocentonzemimmo’, anzi ‘mimmi’, come è diventato adesso nell’ultimo sms (che sia uno sbaglio della fretta comunicatoria od un intensificarsi della confidenza?) comunque, ‘mimmocentonzemimmi’ (che ha qualcosa, eufonicamente, dell’esplosivo ‘immillarsi’ dantesco) è diventato, per me, da quando non lo vedo, che era come un ragazzino bisognoso d’una mano, mentre adesso è diventato un pittore ufficiale, da palazzodelleesposizioni, ebbene per me si è trasformato come in una sorta di folletto telefonico, di Puck telematico, di cip-cip informatico (non ho detto ‘virus’ o ‘troyans’, signori! di quelli cioè che si accampano vigliaccamente, per una battaglia ilidiaca, dentro le tue viscere meccaniche, e ti succhiano il sangue, illocalizzabile, del computer) ma no, per carità, un dolce paguro bernardo rassicurante, della mia bislacca professione! Epperò, appena metto sù un apparecchio domestico, un elettrodomestico scrittorio, schiaccio un pulsante cellularico, accendo l’acciarino del pc, lui è già lì, da sempre,  a litaniarmi ancora e da sempre: “Dai, sei rimasto solo tu!”, “Sù, che il Professore ha già mandato!”, “Ma non puoi tradirmi questa volta!” “Tieni conto che Vittorio è già a livello delle bozze!”. Tengo conto, ‘arrivare dopo Vittorio è troppo!’. Insomma: un esattissimo bollettino di pace e di guerra, aggiornato al millimetro, che io per precauzione sorniona e vile difesa lascio sciamare, un po’ preoccupato, ma nemmeno troppo, dietro la collottola della mia vita affannata, come un lento, percussivo arazzo sonoro, non che gli abbia mai detto davvero detto di sì, o fatto grande promesse, ma lui è già lì, in attesa, accucciato nel sacco a pelo telefonico della sua sconfinata simpatica fiducia, sms, skype, messaggi elettronici, dispacci, twitters, telegrammi pneumatici, persino fidippide che, come un cagnone trafelato, ti raggiunge, con l’avviso capitolino notturno nella bocca, attraverso i fili intorcigliati dell’etere che non c’è più (per la scienza) e come fai a dirgli di no,  mannaggia,  se lui intanto: “manonpuoinonessercipropriotuchecisonolefigurechetipiaccionotanto”. Mah, insomma, sarei ‘quello che gli piacciono le figurine’. E sia. Forse perché ha pensato, un tempo, che io non amassi quelle sue officine vuote, slavine e riflussi infuocati di trippe materiche, che già conoscevo da Ossola, da Papetti, da altri artisti, anche belgolandesi contemporanei, fluire via lutulento e un po’ trafelato, sommario, del tempo pittorico pennellato, come in una gola-gora malata, irritata. E gli consigliassi di conseguenza un ‘rappel à l’ordre’ ragionevole, con anabasi annessa da ritorno prodigo al cippo paterno (che è poi un termosifone-trappola) al suo freudiano ‘romanzo familiare’, tra il letto domestico addentallato da Ulisse, e lo scialletto cromatico, eterno, della sua sposa, che fa di vedovato un saviniesco tricot. Non so se sia vero, lui la pensa così; ma mi rendo conto che la ‘carezza’ pittorica accanita, di cui parla efficacemente e soavemente Sgarbi, e che contorna e brucia i suoi affetti, in un falò di stratificazioni materiche spatolate, come in un innocentissimo ma intratteni-bile bacio da giuda rembrandtiano, che tutto consuma quello che sfiora, e tac tac ti fa la tac, e termodiagnostica, e risonanzamagnètizza e mio-maoplacèntesa, e più che radiografare è una profonda, riecheggiante  ecografia sentimentale, quella che lui scandaglia, nel fondo avvinazzato e torbido, dell’anima delle cose, e dai e dai, penetra più giù, s’inabissa, graffia, nuota, svirgola, scodinzola, contorna, sviscera, scevera, scotenna, svela, come si dice d’un restauro ‘svelato’, d’una tela, che ha perso il suo glamour lustro, specchiato, ecco, la sua “carezza” è diventata via via sempre più invasiva, subacquea,infiltrosa, insinuante, torturante, rosicante, sottocutanea, compulsiva, consumante, corrosiva (senza esagerare troppo, però…). Ma in fondo perché mai insisto, e lui me lo conceda, amorosamente, sopra quest’idea martellata e martellante del “mimmocentonzetuttod’unfiato”? Perché  questa sua onnipresenza di preghiera rituale, inarrestabile e mezzuinica, che avverto dietro di me, è già qualcosa di pittorico, di onni-visivo (appunto, forse: le figurine). Io me lo vedo davvero, il ‘mimmocentonzo’ busterkitonico, tipo ‘Navigatore’ virtuale, a flanare un po’ ebbro di trementina (adesso si dice alchidico, che sta quasi per alchemico… ma, credetemi, è alla fine la stessa cosa, tutto si secca un po’ prima, senza dover mettere ai piedi ulcerati i rovinosi bracieri leonardeschi, che squagliano tutto il gelato della sorpresa, come per la Battaglia di Anghiari) ed immancabile me lo vedo proprio accanto a me, nei fili accartocciati del vivere, eccolo, scattare su come un puck grondante olii boschivi, sempre lì, infrangibile, come un’onda maxwelliana, che riprende ogni volta a vagare, peregrinare, zigzagare, pellegrinare, footingare,inesausto e poi finalmente accamparsi, ed impiantarsi, ed incistarsi, ed infine addormentarsi, un attimo soltanto, come un marinaio coatto di velature ammainate, tramontate, sulle amache stanche e lise della filanda telefonica, della babele informatica, della foresteria comunicativa. E di nuovo rientrare in scena, come un misirizzi inmperituro della corvé ritrattistica. E se no, come potrebbe esser ‘sempre lì’, svolazzando leggero tra le lenzuola celesti, e non celestiali, della sbertolucciana ‘camera da letto’ familialistica, dove l’edipo è scappato via come uno scoiattolo ghiottone, ma intanto lui sta inesorabile ad un passo dal sonno innocente e disfatto, del vecchio padre, che si porta a letto disarmato una radiolina, come se fosse un Holter pressorio, od una macchina ammazza-fantasmi, e la madre difende gli occhi offesi ed infastiditi, da questa sorta di riverbero ghiaccio al satin, che la pittura le mette addosso, come un’ievitabile coperta saprofita ed alluminica. Anche la ragazza Mirianna, un po’ disfatta dall’incombenza sfibrante, letteralmente, dell’interminabile posare, chissà perché, s’è portata accanto a sé, protettivo, sulla pancia logora del divano, una sorta di biscottino apotropaico, che non è che un tubetto di colore, sottratto all’occhio inflessibile del pennello. Come chiedendo tregua, un briciolo almeno di sonno riconfortante, magari anche quello estremo dell’adilà faiyumico.

Ma vi siete chiesti mai voi, di fronte a queste trappole anatomiche, dove vada a posizionarsi quel folletto d’occhio o di cinepresa del ‘mimmocentonze’, che è sempre ovunque, spalmato nell’aria, ma non sai mai bene affacciato a quale poggiolo ottico? Talvolta s’è rifugiato sul lampadario, come un insetto vorace, per mappare dall’alto la nudità esausta e catturata della Gioanna, come in un romanzo ormai lontano di Alcide Paolini, appeso al filo del desiderio. Talaltra si tuffa in picchiata sul tigrato pelouche d’un’altra fanciulla, atterrata anche lei, sul ring dell’esaurimento posizionale. Morta ad ogni reazione. Agguantante ko. Quello che non sopporti, in certe regie d’opera d’oggi, che chissà perché, con tutto il bendidio del trovarobato teatrale d’antan a disposizione, e con la potenziale fantasia degli scenografi di oggi, e lo scialo desaignico, si risolvono tutte raso terra, con Attila che dialoga col Pontifex in una sorta di campagnolo pic nic incongruo, al pian dei babi, ed il resto del palcoscenico rimane terribilmente sgombro, persino recentemente una nobile Marescialla melanconica del ‘Rosenkavalier’, che abita una sorta di Kunsthistorischer ricostruito, ma razzola a terra, su un tatami improvvisato o meglio un saccopelone cheap, col suo damerino azzimato intrappolato dai cuscini, e guai all’ombra lussuriosa d’un baldacchino hefmannsthalico, come se si trattasse d’una scena hippy-drogata, alla Nan Goldin. E qui invece lo accetti, come se nulla fosse, come se fosse fisiologico e naturale, che tutti questi parenti, addestrati alla bisogna, appena vedono il pittore che prorompe dal suo mondo inscatolato, messaggistico, armato della sua panoplia inarginabile di spatole, pennelli, pennellesse e pennellate, già nell’aria d’accostamento, tra fiammanti sguardi dardeggianti come lingue libidinose, si buttino tutti subito a terra, al massimo abbarbicati alle lenzuola, come cagnoni festosi e fiduciosi, beati. A lappare la lingua contigua della pittura. Eh, già, hai poco da ribellarti, a quel piroettare di pittura gendarmica e stordente, che non ti dà tregua: seduti! giù a terra! Ma avete provato mai, voi, a nascere in una famiglia che non è una famiglia normale e qualunque, ma è esattamente un quadro clonato di Lucian Freud, e non sai nemmeno se sia corposa, questa famiglia, tridimensionale, rotonda, o forse è immaginaria, virtuale, riprodotta, la vedi appunto qui, specchiata e ‘battuta’, come una tappezzeria usurata od un tappeto infeltrito, e ti domandi se il materico materano Mimmo Centonze non viva appunto in una sorta di Flatlandia, piatta ed atterrata: una trama sfilacciata, ma saldissima, di rapporti cromatici, però senza alcun spessore, senza corporatura, altro che la labile, specchiata, fluente ofelia della superficie pittorica. E’ come se lo scarafaggio di Kafka si prendesse la sua rivincita, in questa sorta d’interminabile ‘Lettera al Padre’, però rivoltata, ribaltata, vincente. Solo io sto in piedi, su nel cielo, e adesso tutti voi, giù, giù per terra! Così, persino nella casoratiana piramide ‘biblica’ dell’allattante idillio familiare, la vispa bambina imbronciata ha già capito tutto: “tutti giù per terra”, come in un girotondo metafisico, a fregare gli ordini del maresciallo impennellato. Ecco: alzo un pochino il bordo del tappeto, curioso di capire se è vero, concreto, peloso, e mi trovo subito, sepolta lì sotto, come nelle “Fumatrici di hashish” di Previati, la voce ventriloqua di ‘mimmi’, che stava in agguato. Poco fa gli ho chiesto: “Sono ancora in tempo? Accetti tutte le mie baggianate?”. Lui stava già pronto a rispondermi, ed intanto, ubiquo, come un freschista cosmico, dipingeva chissà dove, nascosto nelle pieghe d’un altro incesto materico. “Perfetto, ce la fai. Alla grande. Ma nel 2009 mi dicesti” anche l’aoristo, per bacco, tremo! “vuoi un testo serio o uno eccessivo? Io scelsi l’eccessivo. Quest’anno fai quell’altro…” Oddio, che mi è diventato istituzionale, il mio “mimmocentoneze”  -da quando ha salito lo scalone del Palazzo? No per carità! Io non ho mai promesso nulla, non mi vedo proprio a proporre quest’aut aut millenaristici, né propongo mai nulla preliminarmente di serio o di eccessivo, figurarsi: solo affettuose baggianate. Ma lui è così: impasta, prepara tutto lui, si fa le domande, risponde, dipinge la realtà come vuole, come se fosse un volto da bersagliare di pennellate. Sì lo so, non sono, insolitamente, buono, questa volta, come m’è diventato l’ex-sgarbato Vittorio, davvero non riesco a vederci Dio, per quanto mi sforzi, sopra dentro queste cartilagini, ma non perché lo rinneghi blasfemo o non me lo immagini, solerte, accanto agli svolazzi  di Centonze, come un angelo buono; ma mi affascina di più quella cloaca infernale dei gommosi, smottanti “Ferri vecchi”, dove vanno a confluire e sbottare tutti gli spasmi e le intolleranze alimentari delle plumbee pennellate gettate via, sprecate, disperse. O meglio: ci vedo solo il maniacale ‘dio del dettaglio’ di stampo Warburg. Accanito e martellante. A ‘me mi’ rode solo una cosa, ma non maligna, sincera: ma sarà davvero così ‘lucienfrudiana’ la famiglia di Mimnmo Centonze. Ma è possibile un miracolo di suggestione così spiritico? Provate a pensarci anche voi…


L’emozione della pittura

Vittorio Sgarbi, 2012

 

Mimmo Centonze dipinge i suoi affetti. La sua pittura di figura prende corpo, letteralmente, davanti ai corpi delle persone care. Più ancora che nel caso di Freud, dove il rapporto sentimentale genera l’emozione pittorica, Centonze sembra stimolato soltanto dalla sfera familiare o quella immediatamente vicina,dei parenti e degli amici più stretti, delle persone più amate. E’ un riflesso condizionato: il pennello si muove come una carezza sul volto o sul corpo delle persone amate. In tempi refrattari ai sentimenti come i nostri, questa condizione stimola la creatività, e investe molti giovani artisti come una vera e propria ragion poetica. Penso allo scultore Giuseppe Bergomi che ritrova le sue modelle ideali in moglie e figlie (e qualche raro amico); o al pittore Andrea Martinelli che muove il suo sguardo, con reiterata insistenza, fra il volto e il corpo del nonno e di altri parenti. Centonze procede a una rigenerazione delle carni e degli abiti nel colore, che trae certamente ispirazione dalla pittura di Freud, ma anche da quella di maestri antichi, come Ribera, o luminosi nella materia, come Stomer e Ter Bruggen. Dentro di sè aspirerebbe, ma lo assevera più la fede che la ragione, a riprodurre il miracolo di Rembrandt; e a questo sembrano orientati gli spessori di colore,animati dalla luce, dei suoi ritratti e composizioni di figura. Per Centonze la pittura antica non è passata invano, non è un mondo lontano, da osservare e da cui tenere le distanze, ma è un mondo vivo da cui trarre ispirazione creativa e linfa pittorica. Non so se il giovane artista, pur colto e curioso, conosca Giovanni Serodine, meraviglioso ticinese; ma sono certo che lo sentirebbe affine e che alcuni dipinti, come il Ritratto del padre nel Museo di Lugano, gli accenderebbero il cuore, proprio per la calda e viva materia che si agita e vive nell’opera di entrambi. I volti e le anime che li indossano sono, per Centonze, in Paradiso, a dimostrazione che “homo homini deus”. Per lui Totò Riina ( dipinto su commissione del Museo della Mafia di Salemi) è buono. Il male è altrove, è nel vuoto, nell’assenza . Così i suoi magazzini, anche attraversati dalla luce, o infiammati dal fuoco del colore, sono l’inferno. L’inferno è l’assenza dell’uomo; e Centonze accerta anche l’opposta condizione dell’”homo homini lupus”. Ma il “lupus”, nel suo caso e nella sua visione, è il vuoto. Così i suoi interni sono ideali luoghi della ascesi attraverso l’esperienza dell’abisso. Dal buio alla luce, e nella luce l’uomo. Cioè Dio.


Prefazione per catalogo mostra Mimmo Centonze

 al Palazzo delle Esposizioni

 

Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, 2012

 

Mimmo Centonze è un artista che non è più una promessa ma, in pochissimo tempo, è diventato una realtà nell’universo in continua ebollizione dell’arte contemporanea.

Il suo lavoro, ricco, mai ripetitivo, sempre improntato ad una visione onirica del mondo che lo circonda, ne ha fatto un artista cui, più che mai sinceramente, mi sento di attribuire valore e testimonianza; ciò emerge anche dalla considerazione per cui nel 2010 gli è stato conferito, alla Centrale Montemartini, il “Premio Speciale Fondazione Roma”, e dalla mia condivisione della scelta fatta da Vittorio Sgarbi di volerlo alla Biennale di Venezia nel 2011.

Anche questo suo ultimo impegno artistico è stato da me fortemente sostenuto, convinto come sono che lo Spazio Fontana, luogo da me individuato come emblematico per accogliere i giovani talenti in uno spazio espressamente dedicato di quel tempio dell’arte che è il Palazzo delle Esposizioni, fosse senz’altro deputato ad accogliere questo promettente pittore. Ciò, come testimonianza della stima che nutro in lui e dell’ammirazione per il suo lavoro: realistico, fortemente connotato di istanze sociali, caratterizzato da un senso estetico di notevole qualità.


TODA CIENCIA TRASCENDIENDO, 

Vittorio Sgarbi, 2009

Una discesa agli Inferi;  la voragine dello spazio. Pochi pittori del nostro tempo hanno, più di Mimmo Centonze, il senso della vastità dello spazio. Le sue grandi tele ci disorientano e ci attraggono come la luce sul fondo di una caverna. Dobbiamo avanzare. Dobbiamo arrivare all’origine della luce. Centonze è partito da una ammirazione illimitata per Lucian Freud, ne ha ripetuto i soggetti, ne ha riprodotto gli ambienti e le atmosfere, ne ha avvertito la lacerazione; ma poi è intervenuta una insoddisfazione, per difetto di trascendenza. Freud ha un ingombro di naturalismo che opprime le sue immagini, le stringe a una dimensione quotidiana, anche se universale, dolente, dominata da una pietas crudele. Ma in Freud non c’è speranza, non c’è salvezza. I suoi personaggi sono condannati, vivono il loro inferno quotidiano. Centonze, ammirando il pittore, non può accettarne la visione tragica, amara. E, nella sua ricerca vorace, brucia; e, come le anime del Purgatorio, espia una colpa nella certezza della Grazia. E’ raro che un pittore sia religioso: ma Centonze non può correre il rischio devozionale, di dipingere la gloria di Dio in una dichiarazione di fede che la pittura non consente. Deve cercare un’altra strada. Per questo si applica a dipingere il vuoto. E’ lo spazio dei mistici, in una equivalenza pittorica delle Coplas al divino di Juan de la Cruz: “Più salivo in alto,/ e più il mio sguardo si offuscava,/ ma nella furia amorosa/ ciecamente m’avventai/ così in alto, così in alto/ che raggiunsi la presa” (“Cuando más alto subía,/ deslumbróseme la vista,/ y la más fuerte conquista/ en escuro se hacía;/ mas por ser de amor el lance/ di un ciego y oscuro salto,/ y fuí tan alto, tan alto,/ que le di a la caza alcance”).

E’ l’esperienza del mistico. E’ la conquista della luce, Ma richiede di attraversare il buio, la notte oscura: “O notte che guidasti,/ o notte grata più dell’alba chiara;/ o notte che legasti/ amato con amata,/ amata nell’amato trasformata!”. (“¡Oh noche, que guiaste!,/ ¡oh noche, amable más que el alborada!;/ ¡oh noche, que juntaste/ amado con amada,/ amada en el amado trasformada!”).

Per raggiungere questo obiettivo amoroso, Centoze concepisce grandi spazi luminosi su grandi tele. E, per arrivare alla luce, attraversa macerie, cumuli di rifiuti, combustioni. La sua ricerca si accontenta di un particolare in cui si nasconde Dio. Ancora Juan de la Cruz: “Per tutta la bellezza io mai mi perderò,/ ma per un non so che/ che si trova per caso” (“Por toda la hermosura nuncia yo me perderé,/ sino por un no sé qué/ que se alquanza por ventura”).

In questa consapevolezza le visioni, certo mistiche, di realtà degradate, di magazzini desolati, delimitano i confini di un inferno quotidiano, oltre il quale c’è la luce di Dio. Nessun percorso razionale è sufficiente, nessuna certezza empirica. Ecco Juan de la Cruz: “Entrai dove non sapevo,/ e rimasi non sapendo,/ ogni scienza trascendendo./ Non sapevo dove entravo,/ ma quando lì mi trovai,/ non sapendo dove stavo,/ grandi cose io afferrai./ Non dirò ciò che provai,/ ché rimasi non sapendo, ogni scienza trascendendo” (“Entréme donde no supe,/ y quedéme no sabiendo,/ toda ciencia trascendiendo./ Yo no supe dónde entraba,/ pero, cuando allì me vi,/ sin saber dónde me estaba,/ grandes cosas entendí;/ no dirè lo que sentí,/ que me quedé no sabiendo,/ toda ciencia trascendiendo”).

La pittura di Centonze esprime visioni, ogni scienza trascendendo. E, nella ripetitività, moltiplica le occasioni dell’esperienza mistica, come per confermarla, in perfetta corrispondenza con la ripetitività della preghiera. Ogni “stanza” è come il grano di un rosario, in una successione ossessiva che determina non la suggestione ma la certezza di Dio. Dio è oltre ogni preghiera, è ciò che è al di là della materia e dello spazio. E’ pura luce, dopo l’esperienza del buio. La presenza fisica dell’uomo, lusingato e accarezzato, anche nella brutalità, nella pittura di Freud, non è più necessaria, anzi è di ingombro alla intuizione luminosa di Centonze. L’uomo è alle spalle, già visto, già dato. Ora bisogna conquistare la preda divina, immateriale, che non dà senza rischio di perdere la vista. O, almeno, di deslumbrosarla, ovvero di offuscarla. Lo sguardo di Centonze brucia, si misura con il fuoco, ma la sua anima sa che andrà oltre. Perché la più forte conquista è opera del buio.


Centurie di Centonzi e delicate manganellate

Marco Vallora, 2009

 

Ogni tanto io mi domando come mai la mia vita sia piena, farcita di mimmocentoinizi. Ecco, anche la macchina mi tradisce: volevo scrivere ‘mimmocentonzi’ ed è venuto fuori,  giuro, naturale come un singhiozzo, questo ancor più misterioso ircocervo, che suona appunto: “mimmocentoinizi”.  E che fa perfin troppo ermanno olmi, lo so, nè chiodo non scaccia chiodo, ogni chiodo anzi è un inizio, ogni inizio un chiodo: confitto nel costato flagellato della tua giornata. Sarà che ho questo, nella trippa enfia dell’inconscio scribacchino: il pungolo sfatto, che si deve pur  iniziare da qualche bandolo qualché, e non c’è dilemmatica pagina bianco-frenante di Stefani Mallarmé, che mi sorregga e permetta di evadere, c’è di nuovo, intanto, Centonze al cellulare (non so quanto Mimmo Centonze  -lui proprio lui-  che esitavo retoricamente a far entrare in scena, ma è già qui, figurarsi, e mi saltella tra le righe della battitura, come un’antropo-cavalletta rinvigorita dal viagra naturale della pittura, non so quanto bazzichi, Centonze appunto, le righe arabescate del mimo luttuoso dell’Hazard, che non abolirà mai i dadi, ma so che non c’è pagina bianca che lo trattenga o argini, penso che non abbia ancor tratto una tela candida dal portapenne loquace della sua mattinata materana, che il  quadro  si è già materializzato da solo, vispo e vociante e terribile, slavina bruciata come verdura ustionata: è lì, il quadro, terso e lucido come un’ocarina etnica ceramicata,  impastata di colori  -se imbrattata par brutto, come termine troppo diretto-  praticamente pronta e sfornata ed imburrata di luce, lesta da spedire al prossimo recensore, convocato nel frattempo, uno non basta né due né tre nell’enfasi della pesca, incondita, giù nella buca ghiotta delle mails, more slavina, come lui interpreta Rembrandt.  Senza che l’artista abbia nemmen dovuto agitare le mani od un dito, salvo che le mani o le dita adunche della voce, della michaelstetteriana suasione telefonica: nulla! fuorchè commerci di contatti, cellulari, invii, messaggini e messaggini di messaggini di messaggi, a dire che aveva detto di non aver detto che aveva detto di, sì messaggini enfi come conigli scuioati (leggo che Elisabetta Sgarbi pensa a Soutin) gonfi di pietas di sé, come formaggi fermentati di verminosità lacunose, inscatolate come matrioske scolpite dentro i sassi lucani, oppure incitazioni ciclistiche nel tour della notte, tipo: “Vai Marco che mi fido di te”,  ed intanto la pittura si fa da sola, levita levita come in un apporto medianico,  praticamente acheropita, senza contatto veruno di articolazione od estremità umana, soltanto una scheggiata condensa di parole agitose e misto-frappé, senza lasciar tregua al pestello dell’ugola piagnuquestante, “daichesonogiovanenondevitradirmi”,  cantilenata ogni volta, come uno scongiuro yeyé.  Sì, Mimmo smodugno, sto parlando della tua pittura, non entrarmi in tensione, ti prego, sto parlando proprio e già delle cartilagini febbricitanti ed incandenscenti della tua pennellata, wagnerianamente martellata, nel teatrino mediterraneo e vernacolare del tuo Walhalla, leccata pennellata cagnosa di fabbro ferraio di hautes pa^tes desuete, cadute dal cielo fibroso e yogourth-riverso della fine del decapitato mondo della pittura (io semmai ci vedrei piuttosto Varlin che Soutine, per quel fluire slavinoso e catastrofale, sciacquone archeologico-industriale ed in fondo lucreziano, d’atomi incombusti e rimbalzanti, alluvione spezzata di luminosità acide e garagistiche, intinte nel fiele conversevole ed accigliato d’un nordico meridione, atomi e melasse ustionati dal sole chiuso della rabbia, d’una rabbia lattescente di luci intisichite ed ammalorate, ed ammaccate ed almanaccate,  come dal carroziere, di tutti i possibili amianti del nostro provincioso empireo parlamentare. Ma forse il vero rapporto, quasi di devozione citante e salmodiante, è con Lucien Freud, un Lucien Freud, che abbia aggiunto nel dna, come versando marsala, non le ghette sussiegose e deterrenti di nonno Sigmund viennese, ma al massimo le galosche spellate di Domenico Rea, con la sua ‘uva puttanella’, mannaggia a lui. Sì, sì, fa nel mentre il tu tu canzonettistico del telefono, e flaua: “scrivi sì, sì, scrivi pure cose pazze, d’accordo, fai, fai, ma favorevoli a me?”. Come si può far male, salvo che strapazzare il pennello della lingua, ad un caro bacillo remigante della famiglia ante-lucana dei “mimmocentonzi? Ho capito perché le chiamano ‘ore antelucane’: sostenendo che avrei domandato soldi a voci assessoriali, per il mio orecchio d’una memoria allontanata mai neppure ascoltate, oppure lenzuolate di mails ripetute a tappeto d’immagini ripetute, che paiono riverberare e reiterarsi nel silenzio abbandonato delle lettere perse, e mancano però quelle giuste ed attese: “scusa, sono andato a rivedere, ma io avevo capito e tu hai ragione” oppure “ti ho mandato quella mia riproduzione di Rembrandt quando avevo dodici anni che tu avevi tanto apprezzato”, d’un fiato. Non ricordo averla mai incontrata, signor GiobbeDavideGeremia, che mediti sulla tua secolare rovina cosmica (certo è impressionante, se davvero dodicenne: questo senso di crollo e di sontuosa ruina, aspirata e rotolante, più che rutilante, di pintura). Ma ricordo il primo incontro col qui presente mimmo-centonze, pur in perenne fotocopia telefonica, in attesa d’uno sgarbiguardacasoinritardo, in un ristorante d’una cittadina di Sicilia, che ora nemmeno ricordo, in attesa che il medesimo abbattesse con carabinieri il cancello della locale Pinacoteca, dormendo per protesta il direttore, a visitare insieme una stramba felice natività museale, ovvero  l’incestuoso commercio tra un notturno, ispido Caravaggio ed un natalizio Rubens.  Ebbene ricordo questo giovane pirotecnico, venuto anche lui dalla notte d’un kilometrico viaggio, e la voglia di rovesciate sul tavolo, tra le vongole, il suo book di ragazze abbandonate su tappeti pomeridiani di noie iperfreudiane e ritrarri cristallizzantisi d’antenati vicinissimi. Io non lo so perché,  per riprendere in alto il discorso della mia giornata terrena, ma so che anche la vita di Sgarbi è, come la mia umilissima, costellata di queste strane effemeridi-escrescenze, che si chiamano mimmo-centonzi e che magari lui ti passa e mutua, dall’alto scranno di Sindaco infasciato, quasi fossero febbri contagiose e scottanti, epperò nemmeno lui li trascura, gli oscuri eredi d’una preistorica fauna senza più storia, e questo forse me lo rende simpatico, soprattutto, Sgarbi. “Sgarbi alle ore 4 e 40 dell’alba mi ha dettato il suo pezzo, tu?”. Terrore: la pittura di M. C. è fatta anche di queste malnutrite albe involontarie e di preghiere non esaudite, che montano come mascarponi all’olio d’oliva.  Ma lui, almeno, Sgarbi, intendo, nella sua sacca-faretra ha pure stipati fior e spine di politici, riveriti e reverendi, d’attori sciantose ed istrioni, costanzi e ballerine, ed io mi trovo invece, non mi posso non dire felice di questo, ma alla notte, ad avere solo accanto una piantagione telefonica  e mentale di vigorosi mille-mimmo-centontizero. Io ho provato al proposito a consultare la famosa enciclopedia borgesiana, che contiene anche se stessa, e ovviamente contempla abbastanza di pagine dedicate a questa strana specie di mimmomulteplicicentonzi, è vero localizzati soprattutto nel Rio della Plata, dal tempo del pleistocene plantageneto, ma per quanto cerchi nelle pieghe del sommo argentino, invero, un perché, non s’è riusciti ancora a reperirlo (siamo in molti a desiderarlo) e a risolvere infine quest’enigma artistico. Perché questa curiosa fauna pittorica e scrittoria non si limita ad inviare notizie e

dispacci, con incredibili condensati Morse alternati, di grumi improvvisamente annodati e percussivi di richieste, che non lasciano un respiro, epperò poi incredibili tendine di soffocato silenzio, interminabili dattili o sponde d’un mutismo sopito, per subito rinfocolarsi, serpente infido. Ogni volta pare imminente anzi superata e defunta la data ultima e fatidica, per la consegna pezzo a catalogo con tipografo boccheggiante, ed invece tutto improvvisamente  si spegne, langue come un mortaretto bagnato, in un torpore infido, che tornerà a bussare, a non breve distanza. La nuttata ora è passata, lo spazio è finito, gli amici non se ne vanno: sì, chiaro, tutto quello che ho detto ha solo voluto capire il pittar nobile di Mimmo C., che dipinge come telefona, gli hai  scritto nel cuore della notte un messaggio di conforto, alle sette e mezza del mattino la sua pennellata ti fa sapere che ha appena depositato il suo primo strato di densità ansiogena, ti avverte a trombetta che la sua pittura ha iniziato a ululare, e  a chiedere udienza, rispettosamentevossignoria.


Come deve essere un grande artista oggi?

Oliviero Toscani, 2009

Come deve essere un grande artista oggi?

Essere un fondamentalista religioso, con la paura del peccato, essere vergine, non aver mai conosciuto il sesso, vivere in una dimensione santa e illibata, vivere pensando di essere sempre nel giusto e nel santo, essere il massimo dell’egoismo pensando di essere il massimo dell’altruismo, amare se stesso e solamente se stesso come dio, pensando così di amare il prossimo, e per di più, fare tutto ciò pensando di fare del bene.

Non c’è nessuno così artisticamente diabolico, immorale, infernale di qualcuno che è immoralmente così.

Solamente una personalità santamente diabolica, che si esprime con opere di estrema inquietudine fisica e morale può arrivare a questi livelli di espressività artistica.

Per questa ragione l’arte di Mimmo Centonze trasuda di peccato, di decadenza, di libidine, di intolleranza, di religiosità blasfema, di sesso e di bellezza.

Cosa ci può essere di meglio per l’arte moderna?